"Monster: La storia di Lizzie Borden" (Monster: The Lizzie Borden Story), il capitolo dell'acclamata antologia True Crime di Netflix firmata da Ryan Murphy e creata insieme a Ian Brennan.
Con il quarto capitolo della serie antologica Monster, Netflix e Ryan Murphy puntano per la prima volta i riflettori su una figura criminale femminile. La scelta è caduta su uno dei misteri più affascinanti e dibattuti della storia americana: Lizzie Borden, la donna accusata (e poi assolta) di aver massacrato a colpi d'ascia il padre e la matrigna a Fall River, nel Massachusetts, nel 1892.
Tuttavia, chi si aspettava un rigoroso dramma storico in stile true crime tradizionale si è trovato di fronte a un’opera barocca, anacronistica e profondamente autoriale, che divide radicalmente pubblico e critica.
La Trama e l'Approccio Narrativo
La serie segue le vicende di Lizzie (interpretata da Ella Beatty), una giovane donna intrappolata in un soffocante e repressivo ambiente domestico dominato da un padre severo e taccagno (Charlie Hunnam) e da una matrigna ostile (Rebecca Hall). La svolta nella sua vita grigia arriva grazie al rapporto simbiotico e via via più torbido con la nuova domestica di casa, Bridget Sullivan (Vicky Krieps). Invece di mantenere l'ambiguità storica del caso irrisolto, gli autori scelgono una linea di lettura netta: le due donne pianificano e compiono materialmente gli omicidi come estremo atto di liberazione e ribellione contro una società profondamente patriarcale.
Ciò che rende questa stagione unica — e al tempo stesso caotica — è la struttura metatestuale ideata da Brennan: la storia di Lizzie viene infatti cucita insieme ad altre due figure emblematiche di donne assassine attraverso i secoli, la contessa ungherese del XVI secolo Erzsébet Báthory e la celebre serial killer moderna Aileen Wuornos (interpretata da una magnetica Sarah Paulson).
Gli Aspetti Positivi: Stile, Estetica e Cast
Da un punto di vista puramente artigianale e visivo, la serie è innegabilmente un prodotto di altissimo livello:
- La messa in scena: La cura per i costumi d'epoca, la fotografia calda e curata nei minimi dettagli e le scenografie rendono ogni fotogramma simile a un dipinto gotico.
- Le scelte musicali: L'uso spregiudicato di brani anacronistici (come i colpi di The Doors o The Runaways montati sulle scene di pulizia o tensione) dona alla narrazione un'energia pop e irriverente tipica del marchio di fabbrica di Ryan Murphy.
- Le interpretazioni: Il cast è senza dubbio il motore che tiene in piedi l'intera baracca. Ella Beatty restituisce una Lizzie vulnerabile e nevrotica, Rebecca Hall diverte con una matrigna quasi da fiaba Disney (forse fin troppo sopra le righe), e la parentesi finale incentrata su Aileen Wuornos/Sarah Paulson regala alcuni dei momenti più tesi ed emozionanti dell'intera stagione.
I Limiti: Licenze storiche e sensazionalismo
Il tallone d'Achille della serie risiede proprio nella sua smania di voler piegare la realtà storica a un manifesto ideologico sul "femminismo nero" e sulla furia repressa delle donne.
- Il tradimento dei fatti: Per chi conosce la vera storia dei Borden, le libertà creative sono così estese da risultare spiazzanti. Collegare Aileen Wuornos come una "superfan" di Lizzie o trasformare eventi cronologicamente distanti in un unico grande calderone tematico finisce per confondere lo spettatore.
- La perdita dell'ambiguità: Il fascino originario del mito di Lizzie Borden risiedeva proprio nel dubbio eterno: lo ha fatto o no? Scegliere di svelare subito i colpevoli e trasformare la vicenda in una sorta di favola nera "girlboss" priva la storia della sua tensione psicologica originaria.
- Struttura dispersiva: I salti temporali verso la contessa Báthory e la Wuornos, sebbene affascinanti presi singolarmente, finiscono spesso per spezzare il ritmo del racconto principale, lasciando la sensazione di un puzzle i cui pezzi sono stati forzati per incastrarsi a tutti i costi.
Verdetto Finale
Monster: La storia di Lizzie Borden è un'opera barocca, imperfetta, visivamente splendida ma autolesionista. Rinuncia al brivido sottile del mistero storico per abbracciare un Grand Guignol urlato, intriso di umorismo nero e riflessioni sul genere.
Se cercate un resoconto storico accurato, rimarrete delusi. Se invece amate il cinema e la serialità di genere eccessiva, stilizzata, ricca di ottime interpretazioni e non temete le esagerazioni alla Ryan Murphy, troverete uno show che, nel bene e nel male, non sa cosa sia la noia.
Voto: 6.5 / 10
